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Curiosità

Audemars Piguet svela il nuovo audace Orologio ‘Jumping Hour’: l’erede del Royal Oak?

Un salto secco, un’ora che scatta come un tabellone di stazione. Audemars Piguet torna a parlare di coraggio con un nuovo “Jumping Hour” che invita a leggere il tempo in modo diverso, più istintivo, più scenografico. È il momento in cui l’icona si fa da parte e lascia spazio alla sorpresa.

Audemars Piguet Svela il Nuovo Audace Orologio ‘Jumping Hour’: L’Erede del Royal Oak?

Nel Vallée de Joux la neve trattiene i rumori. A Le Brassus, dove Audemars Piguet costruisce orologi da 151 anni, la novità di stagione non fa rumore. Scatta. L’ora cambia in un istante. La finestra si aggiorna e il minuto continua a scorrere. Il nuovo Jumping Hour è questo: un gesto netto, quasi teatrale, che riporta la lettura del tempo all’essenziale.

Non è un capriccio. È una complicazione storica. Nasce nei primi del ’900, quando l’idea di leggere l’ora “in digitale” affascinava già gli appassionati. Oggi torna come antidoto al sovraccarico visivo: niente giri infiniti, una finestrella che dice l’ora, una lancetta che marca i minuti. È rapido. È chiaro. È un piacere visivo quotidiano.

Cosa rende speciale un “Jumping Hour”

Il fascino sta nella scena. L’ora “salta” con precisione e resta fissa finché il minuto successivo non chiama il cambio. La mente smette di decifrare e inizia a cogliere. In riunione, uno sguardo rapido basta. In viaggio, il passaggio da 11 a 12 è un piccolo evento. È l’opposto del virtuosismo esibito: sobrio ma intenso.

Audemars Piguet conosce bene le visualizzazioni “alternative”. Nel 1991 presentò gli orari vaganti dello Starwheel. Nel 2019 lanciò Code 11.59, una cassa audace che ha trovato maturità con i quadranti del 2022. La maison resta una delle poche, indipendenti, capaci di rischiare in pubblico. Questo nuovo orologio lo conferma.

Fin qui la scena. Ma la domanda vera arriva ora: il Jumping Hour può farci dimenticare il Royal Oak?

L’erede del Royal Oak?

Sostituire un’icona non è un obiettivo sensato. Il Royal Oak, disegnato da Gérald Genta nel 1972, ha riscritto il concetto di sport-chic e ha spostato il baricentro dell’industria. Nessuno “prende il suo posto”. Il punto è un altro: aprire un canale parallelo, più intimo, dove la lettura a scatto cambia il ritmo di chi lo indossa.

Qui il Jumping Hour può vincere. È contemporaneo senza essere rumoroso. Parla a chi ama le idee, non solo le linee. Si immagina bene su un polso che rifugge il déjà-vu. In città, sotto un polsino, quel salto secco diventa un dialogo silenzioso. Un piccolo rituale, ogni sessanta minuti.

Dettagli tecnici? Al momento della scrittura, dimensioni, calibro e prezzo non sono comunicati in modo ufficiale. Non speculiamo: l’attesa fa parte del gioco. È plausibile una cassa raffinata e un movimento sviluppato in casa, coerente con gli standard di alta orologeria della manifattura. Quando i dati saranno pubblici, parleranno da soli.

Servono esempi per capire la portata. Pensate ai vecchi tabelloni a palette: click, cambia la città. O all’orologio da banco di un nonno, dove l’ora appariva in una finestrella. Il Jumping Hour porta in polso quella sensazione analogica di “tempo che accade”, non che scorre soltanto.

La vera eredità, allora, non è formale. È di atteggiamento. Dove il Royal Oak mostrava forza e struttura, il Jumping Hour propone misura e ritmo. Due modi opposti, ma complementari, di farsi notare. Uno parla all’esterno. L’altro parla a te.

Forse è questa la domanda che resta dopo averlo visto scattare: quanto spesso hai bisogno che il tempo faccia rumore, e quanto hai voglia che ti sussurri all’orecchio? In fondo, tra un’ora che salta e una vita che cambia marcia, la distanza è più breve di quanto sembri.

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